Pietro Busconi ha scritto un articolo sul turismo legato al golf in Italia, autorizzando ilgolfonline ha pubblicarlo nella rubrica “Opinioni in Libertà”. Busconi, laurea in Biologia all’Università degli Studi di Parma e successivo master in Marketing all’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, ha ricoperto il ruolo di Direttore Comunicazione e Rapporti con la Stampa all’interno della multinazionale farmaceutica Glaxosmithkline e in seguito stato Segretario Generale della Fondazione Schering. Oggi svolge la libera professione di giornalista, seguendo argomenti legati al turismo, alla cultura e al golf uno sport che ama e pratica. 

La lista dei Paesi che, in tutto il mondo, hanno capito che il golf può essere un elemento trainante per le presenze turistiche si allunga ogni giorno di più. La principale motivazione risiede nella possibilità di prolungare la stagione turistica e nel fatto che il golfista che spende 100 euro ne lascia solo 10 sui campi, mentre i restanti 90 si spalmano su alberghi, ristoranti, viaggi, arte e cultura, shopping. Insomma, un business per l’intero territorio. Se a questo aggiungiamo che dei circa 70 milioni di golfisti sparsi nei cinque continenti, ben 25 milioni sembrano essere costantemente in viaggio alla ricerca di campi dove giocare, si comprende bene l’interesse di tanti Paesi nell’attrarre dalle loro parti quote più o meno grandi di giocatori.
Al momento, i più importanti player mondiali del mercato turistico legato al golf sono la Thailandia, la Turchia e la Spagna. Ma altri stanno arrivando. Si pensi al Marocco, al Portogallo, all’Irlanda oltre a destinazioni più esotiche. Le politiche adottate da tutti questi Paesi fanno leva sulla facilità di collegamenti aerei, sui trasporti terrestri, sulle strutture alberghiere e, ovviamente, sui campi con addensamenti nelle principali location che consentano al golfista di giocare su più percorsi durante il suo soggiorno. Non secondaria è anche la politica messa in atto dagli uffici turistici centrali in sintonia con i governi nazionali e le amministrazioni locali.
Fin qui lo scenario, estremamente sintetizzato, di quando succede in giro per il mondo. E adesso vediamo la situazione in Italia. Il nostro territorio è forse unico per varietà di clima da nord a sud e per il fascino che da sempre esercita nell’immaginario collettivo del turista. In termini di risorse culturali e paesaggistiche non vale la pena nemmeno di soffermarcisi. Idem per la tradizione enogastronomia che rende l’Italia unica al mondo. Per quanto riguarda il golf i campi sono passati da 232 (2012) a 407 (2016). Un aumento significativo che però non ha seguito una logica di implementazione territoriale e che non è coinciso con un analogo aumento di giocatori che sono passati da 100 mila (2012) a 90 mila (2016).
Questo determina e determinerà, se non si porranno in atto strategie ed azioni mirate ad incrementare il numero di golfisti, un costante e progressivo impoverimento delle strutture sportive meno “attraenti” sotto l’aspetto del richiamo turistico. Oltre a ciò, è in forte calo anche il turismo golfistico interno, inteso come golfisti italiani che si spostano per giocare su altri campi italiani per periodi più o meno brevi.
Cosa potrebbe servire? Innanzitutto una forte spinta politica centrale che riconosca (finalmente) il ruolo strategico che il golf dovrebbe avere per un Paese come il nostro che è già nei sogni di tanti turisti. Questo dovrebbe comportare una serie di provvedimenti che favoriscano la detassazione delle strutture destinate al turismo golfistico ma, soprattutto, uffici che aiutino l’investitore ad abbreviare le procedure burocratiche e amministrative fornendo canali di accesso privilegiato, come dovrebbe essere per le attività a forte impatto strategico. Servirebbe un agenzia turistica centrale che si sostituisse radicalmente all’attuale Enit, carrozzone incapace di produrre alcun risultato. A gestire il turismo andrebbero chiamate persone capaci e competenti e non politicanti di periferia, a meno che non si voglia dichiarare formalmente che il turismo (in senso lato) non interessa più.
Altro attore strategico nel riposizionamento del turismo golfistico in Italia dovrebbe essere, gioco forza, la Federazione. Ma una Federazione che si spendesse quotidianamente con le forze politiche e sociali in attività di lobby seria trasmettendo a tutti i valori, anche economici, del golf in campo turistico e che si muovesse per trovare finanziatori e investitori soprattutto per le aree periferiche del nostro Paese, quelle forse più povere ma più belle, che potrebbero beneficiare più di altre di progetti organici di sviluppo turistico. E poi, un bilancio federale che mettesse al centro non più le consulenze a pioggia per gli amici, ma un serio programma di investimenti pubblicitari per rendere familiare a tutti i cittadini il binomio golf-turismo.
Insomma, occorrerebbero decisori competenti che si volessero spendere per un progetto che non può essere di breve periodo e che dovrebbe essere condiviso, funzionale e completo. Le opportunità ci sono tutte. Le minacce dipendono solo da noi, o meglio da chi oggi ha qualsivoglia forma di potere e lo sta sprecando.
Intanto il mondo continua a girare e gli altri Paesi non stanno fermi.

Pietro Busconi

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